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Madri e figlie: il legame più vicino, il conflitto più difficile

"Mia figlia, il più delle volte non la sopporto. Sono una cattiva madre?"

Questa è una delle domande che più spesso ascolto in studio. Arriva quasi sempre con il cuore in gola, accompagnata da un senso di vergogna che si legge negli occhi prima ancora che nelle parole. Molte donne temono che anche solo pensarlo sia una colpa, come se l’amore materno dovesse essere sempre limpido, naturale, privo di ambivalenze.


Eppure dietro questa domanda si nasconde uno dei legami più influenti, complessi e sorprendentemente delicati che esistano all’interno di una famiglia: quello tra madre e figlia.


È un rapporto fatto di amore profondo, ma anche di vicinanza e distanza, di riconoscimento e conflitto, di identificazione e differenziazione. Dentro questo legame convivono spesso sentimenti molto diversi tra loro, che possono oscillare tra il bisogno di proteggere e quello di prendere le distanze, tra il desiderio di essere vicine e la paura di sentirsi invase.


Non è raro che proprio all’interno di questo rapporto emergano alcune delle difficoltà relazionali più profonde. Disturbi alimentari, paura del rifiuto, timore dell’abbandono o la ricerca di relazioni affettive disfunzionali possono avere, tra le loro radici, dinamiche emotive costruite proprio dentro questo legame.


Si tratta spesso di relazioni in cui nessuno dei due protagonisti riesce davvero a sentirsi riconosciuto nei propri bisogni emotivi. Ed è allora che compaiono sensazioni di disorientamento, angoscia, rabbia improvvisa. “A volte mi sento come se fossi posseduta” mi raccontano alcune madri, cercando di dare un nome a reazioni che nemmeno loro riescono a comprendere fino in fondo.


Per capire qualcosa di più di questo legame è necessario fermarsi un momento e porsi una domanda che sembra semplice ma che in realtà lo è molto meno: quando nasce davvero una madre?



Quando nasce davvero una madre?


Sfatando subito un mito molto diffuso, la maternità non coincide automaticamente con la nascita di un figlio. Non esiste un istinto perfetto che si attiva all’improvviso, trasformando una donna in una madre sempre pronta, sempre serena, sempre capace di sapere cosa fare.


Essere madre è un processo, e come tutti i processi richiede tempo, esperienza, sostegno e riconoscimento. È un lavoro silenzioso e continuo, che nella nostra società viene spesso dato per scontato. Ci si aspetta che una madre sia amorevole, disponibile, nutriente, rassicurante, capace di mettere sempre i bisogni dei figli davanti ai propri. E tutto questo in un contesto sociale che raramente offre reti di sostegno reali o spazi in cui la fatica del materno possa essere riconosciuta.


Così accade che molte donne si trovino a fare tutto da sole. Cercano risposte su internet, leggono articoli su come tirarsi il latte o su come parlare con una figlia adolescente, mentre intorno continua a circolare una cultura del giudizio pronta a stabilire cosa sia giusto o sbagliato.


La verità è che la maternità non riguarda soltanto il rapporto con il proprio figlio, ma ha molto a che fare anche con la storia personale di ogni donna. Diventare madre significa entrare nuovamente in contatto con la propria esperienza di figlia. Con il rapporto avuto con la propria madre, con ciò che è stato ricevuto e con ciò che è mancato.


Quando nasce una figlia, per molte donne accade qualcosa di particolare: la madre si ritrova davanti a uno specchio. In quello specchio non vede solo la bambina che cresce davanti a lei, ma anche quella che è stata. E insieme a quella immagine tornano emozioni, ricordi e vissuti che pensavamo di aver lasciato alle spalle.


A volte riemerge la rabbia, altre volte il bisogno di riconoscimento, altre ancora il dolore di qualcosa che non è stato possibile vivere o ricevere. Emozioni rimaste a lungo sotto la superficie e che, proprio all’interno di questo legame così intenso, trovano improvvisamente la strada per tornare a galla.


Ed è in questo spazio complesso, fatto di memoria, identità e relazione, che il rapporto tra madre e figlia prende forma.



Alcuni modi in cui questo legame prende forma


Ogni relazione madre-figlia è unica e irripetibile, ma nell’esperienza clinica è possibile riconoscere alcune dinamiche ricorrenti. Non si tratta di etichette rigide, ma di modi in cui il rapporto può organizzarsi nel tempo, spesso come risposta a bisogni emotivi profondi che non hanno trovato altre strade per essere espressi.


A volte la madre appare emotivamente distante. È una presenza fisica che fatica però a entrare davvero in contatto con i bisogni della figlia. Può sembrare fredda, distratta o incapace di accogliere le emozioni che la bambina porta. In queste relazioni le figlie crescono spesso con una sensazione di vuoto emotivo e con un forte bisogno di essere riconosciute e amate.


In altri casi accade l’opposto: la madre diventa totalmente centrata sulla figlia, al punto da non riuscire più a distinguere i propri bisogni da quelli della bambina. È una relazione molto intensa, fatta di grande vicinanza, ma anche di poca possibilità di separazione. La figlia rischia così di crescere con la difficoltà di costruire un senso di sé autonomo.


Ci sono poi madri che esercitano un forte controllo sulla vita della figlia. In questi casi l’attenzione non si concentra tanto su ciò che la figlia sente o desidera, ma su ciò che dovrebbe fare per essere all’altezza delle aspettative materne. Il messaggio implicito che arriva è spesso questo: senza la guida della madre si rischia di sbagliare.


In alcune relazioni, invece, emerge una dimensione più aggressiva e competitiva, soprattutto quando madre e figlia condividono lo stesso spazio simbolico del femminile. La competizione può essere sottile, velata, fatta di critiche o confronti continui, ma nel tempo può generare nella figlia una profonda sensazione di inadeguatezza.


Infine esistono situazioni in cui i ruoli sembrano quasi invertirsi. La figlia diventa la persona che si prende cura della madre, sostenendola emotivamente o assumendosi responsabilità troppo grandi per la sua età. In questi casi la crescita può essere segnata da una precoce adultizzazione e da un sentimento ambivalente fatto di amore e risentimento.


È importante ricordare che queste dinamiche non nascono dal nulla.

Molto spesso sono il risultato di storie personali complesse, in cui anche le madri sono state, a loro volta, figlie che hanno dovuto fare i conti con mancanze, ferite o traumi non elaborati.



Guardarsi senza paura

Forse il rapporto tra madre e figlia è uno dei luoghi in cui la vita ci invita con più forza a guardarci davvero.


Non sempre è facile. A volte significa incontrare parti di noi che avevamo preferito dimenticare, ricordi che credevamo ormai lontani, emozioni che tornano improvvisamente a bussare alla porta.


Ma proprio in questo incontro, per quanto faticoso, può nascere anche qualcosa di nuovo.


Quando una madre riesce a riconoscere la propria storia senza confonderla con quella della figlia, e quando una figlia riesce lentamente a distinguere se stessa dallo sguardo materno, allora il legame può trasformarsi. Non più uno spazio di lotta o di incomprensione, ma un luogo in cui due donne imparano, nel tempo, a conoscersi davvero.


Non sempre accade subito. Spesso è un percorso fatto di piccoli passi, di tentativi, di parole che arrivano tardi ma che trovano finalmente il loro posto.

Forse è per questo che alcune storie madre-figlia ci toccano così profondamente.


Uno dei film che racconta con grande delicatezza questa complessità è Lady Bird, la storia di una ragazza che cerca disperatamente di prendere le distanze da sua madre e, proprio nel farlo, scopre quanto quel legame abbia contribuito a costruire la persona che sta diventando.


Perché a volte l’amore tra una madre e una figlia non è lineare, non è sempre dolce, non è sempre facile. Ma resta uno dei legami più profondi che la vita possa mettere nelle nostre mani. E forse il primo passo non è diventare madri perfette o figlie perfette.

Forse il primo passo è semplicemente concedersi di essere umane, senza dover essere perfette.


Un legame che lascia tracce

Il modo in cui una madre riesce – o fatica – a rispondere ai bisogni emotivi della figlia non riguarda soltanto il presente della relazione. Nel tempo contribuisce anche a costruire quello che gli psicologi chiamano stile di attaccamento, cioè il modo in cui impariamo a stare nelle relazioni e a cercare vicinanza quando abbiamo bisogno dell’altro.


Le ricerche sull’attaccamento hanno mostrato quanto le prime relazioni con le figure di cura possano influenzare il nostro modo di vivere l’intimità, la fiducia e persino il conflitto nelle relazioni adulte.


Ma questo è un tema vasto, che merita uno spazio a sé.


Ne parleremo meglio in un prossimo articolo dedicato proprio agli stili di attaccamento e al modo in cui continuano a vivere nelle nostre relazioni.


Cara mamma, Cara figlia,

ti abbraccio,

Claudia




Dott.ssa. Claudia Battistoni  -  Psicologa Clinica (Albo degli Psicologi della Regione Marche  - sez.A  posizione n. 3329) - Sede Legale: San Benedetto del Tronto (AP) 

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