I fili invisibili della famiglia
- Claudia Battistoni
- 3 giorni fa
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Aggiornamento: 2 giorni fa
di Claudia Battistoni
“Il problema non è nelle cose, ma nelle relazioni fra le cose” Gregory Bateson
C’è uno strumento, nella psicoterapia sistemico-relazionale, che utilizzo spesso in studio e che ogni volta riesce a fare qualcosa di sorprendente. Il Genogramma.
La parola viene dal greco génos (stirpe, origine, famiglia) e grámma (segno, scrittura) e compare per la prima volta negli anni ’70 nell’ambito della psicoterapia sistemico-relazionale, come strumento per comprendere il funzionamento dei sistemi familiari, le relazioni tra le generazioni, le ripetizioni, le alleanze e le eredità emotive che attraversano le storie personali.
Letteralmente significa quindi “scrittura delle origini” ed è, a tutti gli effetti, una mappa delle nostre radici.

Non si tratta di un semplice albero genealogico.
Il genogramma è una rappresentazione della storia familiare fatta di legami, passaggi di vita, distanze, ripetizioni, silenzi ed eredità emotive che attraversano le generazioni.
È uno strumento che permette di rendere visibile ciò che spesso resta invisibile e di osservare
la propria storia con uno sguardo più ampio.
In realtà il genogramma non serve a sapere tutto della nostra famiglia.
Serve soprattutto a vedere.
Vedere i legami che ci hanno cresciuto, le storie che ci hanno preceduto, le ripetizioni che tornano nel tempo. Permette di osservare anche ciò che di solito rimane sullo sfondo: i silenzi che hanno fatto rumore, le alleanze implicite, le distanze, le ferite ma anche le risorse che hanno attraversato la famiglia.
È un po’ come stendere sul tavolo i fili della propria storia.
Alcuni sono intrecciati con cura, altri annodati in fretta, altri ancora sembrano spezzati. Eppure raramente scompaiono davvero: restano lì, dentro la trama delle relazioni, a volte invisibili ma ancora presenti. Per questo il genogramma è allo stesso tempo una mappa delle origini e una bussola per il presente.
Non serve per cercare colpe o responsabili.Serve piuttosto per dare senso.
Guardare la propria storia familiare in questo modo aiuta a comprendere da dove veniamo, quali storie ci hanno preceduto e quali fili stiamo portando avanti — a volte senza accorgercene.
Molte delle cose che pensiamo di essere, infatti, si sviluppano dentro una trama più ampia: ruoli che assumiamo nelle relazioni, responsabilità che sentiamo di portare, paure o aspettative che sembrano appartenere alla nostra storia ma che spesso hanno radici più profonde.
Quando queste storie vengono finalmente nominate e osservate, spesso smettono di agire soltanto nell’ombra.
E quando i legami diventano visibili, può aprirsi uno spazio nuovo: quello in cui scegliere con più consapevolezza quali fili continuare a tessere e quali, forse, possiamo finalmente trasformare.

La costruzione del genogramma
Costruire un genogramma è un processo lento.
Non si tratta semplicemente di raccogliere informazioni o compilare una mappa familiare.
Mentre i nomi compaiono sulla carta e le relazioni prendono forma, spesso iniziano ad emergere ricordi, immagini, domande che non ci si era mai posti prima.
A volte qualcuno si accorge che nella sua famiglia ci sono molte separazioni.
Qualcun altro nota che certe professioni ritornano da generazioni.
Altri ancora si fermano davanti a un vuoto: una storia che nessuno ha mai raccontato, un parente di cui si parla poco, un evento che è rimasto in silenzio per anni.
È proprio in questi momenti che il genogramma diventa qualcosa di più di uno schema.
Diventa uno spazio di osservazione.
Perché vedere la propria storia familiare disegnata davanti agli occhi permette di cogliere connessioni che, nella vita quotidiana, restano spesso invisibili. Alcuni legami diventano improvvisamente più chiari. Alcune ripetizioni iniziano a fare senso.
E soprattutto accade una cosa importante: la propria storia smette di essere soltanto qualcosa che si vive dall’interno e diventa qualcosa che si può guardare da una certa distanza.
Questa distanza non serve a prendere le distanze dalle persone che fanno parte della nostra famiglia, ma a riconoscere la trama più ampia dentro cui le nostre vite si muovono.
Perché nessuno di noi nasce davvero da solo.
Ognuno arriva dentro una storia che era già iniziata prima.
Dentro quella storia ci sono legami, aspettative, ruoli, tentativi di riparazione, sogni che qualcuno ha realizzato e altri che sono rimasti sospesi.
A volte portiamo avanti quei fili senza accorgercene.
Altre volte li rifiutiamo con forza.
Altre ancora proviamo a trasformarli.
Il genogramma non serve a stabilire cosa sia giusto o sbagliato in questa trama.
Serve piuttosto a rendere visibile la storia che ci ha preceduto, perché solo ciò che diventa visibile può essere davvero compreso.
E, a volte, anche trasformato.

In fondo il genogramma ci ricorda proprio questo: che ognuno di noi arriva dentro una storia che era già iniziata prima.
Una storia fatta di incontri, separazioni, migrazioni, scelte coraggiose, rinunce, ferite e tentativi di riparazione. Una storia che continua a vivere nelle relazioni, nei ruoli che assumiamo, nelle aspettative che portiamo con noi.
Il terapeuta familiare Maurizio Andolfi lo descrive con un’immagine molto bella:
“Nascere è come venire catapultati in un libro già popolato di personaggi e di storie. È come stabilire un contatto con una realtà le cui regole sono già parzialmente scritte. La nostra presenza creerà delle modifiche alla trama, anche al finale, ma non saremo mai in grado di separarci dalle pagine che precedono la nostra entrata in scena e saremo inevitabilmente influenzati da queste pagine di cui siamo figli.”
Forse è proprio questo il senso più profondo del genogramma: sfogliare quelle pagine.
Non per restarne prigionieri, ma per capire meglio la storia che ci ha preceduto e scegliere, con maggiore consapevolezza, come continuare a scrivere la nostra.
A presto, tra i fili delle storie,
Claudia

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