Il potere terapeutico delle Storie
- Claudia Battistoni
- 2 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 1 giorno fa
di Claudia Battistoni
Sono sempre stata affascinata dalle storie.
Forse non è un caso che faccia questo lavoro.
Da bambina passavo ore accanto a mia nonna.Lei cuciva davanti alla sua Borletti verde bottiglia, e la stanza era riempita da quel suono continuo — tichitichiti, tichitichiti — che sembrava non fermarsi mai.
Si fermava solo quando arrivava qualche signora a provare un abito. Allora la macchina taceva, gli spilli passavano di mano, il tessuto frusciava. Poi tutto ricominciava.
E insieme al cucire arrivavano le storie.
Erano storie semplici, spesso di quando lei era bambina e avevano sempre una direzione precisa, anche quando io non lo capivo.
Questa è una delle tante.
Quando era piccola, sua madre aveva venduto qualcosa di molto prezioso per poterle comprare una bambola.Una bambola vera. Bellissima.Quella che desiderava più di ogni altra cosa.
In quella famiglia, in quel tempo, era quasi un miracolo.
Quando finalmente la ricevette, la prese tra le mani.La guardò a lungo.
Poi decise di lavarla.
Non sapeva che fosse fatta di cartapesta.
Mia nonna raccontava queste storie e non ne spiegava mai il senso.
Le lasciava lì, sospese, come si lascia un seme nella terra.
Io allora non capivo perché alcune di quelle storie mi restassero addosso così a lungo.
Sentivo solo una stretta dentro: la sensazione che qualcosa di prezioso possa rompersi proprio nel momento in cui credi di averlo finalmente raggiunto.
Molti anni dopo ho scoperto che uno dei più grandi terapeuti del Novecento, Milton Erickson, usava le storie nello stesso modo: non per spiegare, ma per aggirare le difese della mente razionale e parlare direttamente a quella parte di noi che sente, immagina, riconosce.
Le storie, quando arrivano nel momento giusto, fanno qualcosa che le spiegazioni spesso non riescono a fare: trovano una strada dentro.
Mia nonna non aveva letto Erickson.
Ma conosceva bene il valore dei silenzi.
E forse sapeva — anche senza dirlo — che alcune cose si capiscono solo quando qualcuno ci lascia il tempo di sentirle.

Le storie non sono decorazioni
Molti anni dopo ho capito che quello che accadeva nella stanza dei fili di mia nonna, non era soltanto un modo di passare il tempo.
Le storie non sono un ornamento del linguaggio.
Sono uno dei modi più profondi con cui gli esseri umani comprendono la propria esperienza.
Lo psicologo James Hillman, uno degli autori del Novecento che più ha riflettuto sul rapporto tra psiche e immaginazione, diceva che l’anima pensa per immagini e racconta per storie.
Non è una semplice metafora poetica.
È una descrizione molto concreta di come funziona la mente.
Noi non elaboriamo la vita come una sequenza di dati o di informazioni.
La organizziamo spontaneamente in forma di racconto.
C’è sempre un prima.
Poi accade qualcosa.
E qualcosa cambia.
C’è un “io” che attraversa un evento, una relazione, una perdita — e che da quell’esperienza esce diverso da prima: più consapevole, più ferito, oppure trasformato.
Hillman diceva anche qualcosa di ancora più radicale: noi siamo fatti di storie.
La nostra identità non è una struttura fissa, ma una narrazione in continuo movimento.
E quando questa narrazione si interrompe, quando qualcosa resta senza parole o senza senso, è spesso lì che la sofferenza comincia a farsi sentire.
Anche lo psicologo cognitivo Jerome Bruner arrivò, da una prospettiva completamente diversa, a una conclusione molto simile. Secondo Bruner la mente umana funziona attraverso due modalità di pensiero. Una è logica, analitica, sequenziale.
È quella che usiamo per spiegare, dimostrare, organizzare i fatti.
L’altra è narrativa.
È quella che utilizziamo per dare significato all’esperienza.
È attraverso questa modalità che comprendiamo davvero ciò che ci accade: le relazioni che ci hanno cambiato, le scelte difficili, le perdite che segnano la nostra vita.
Per questo motivo ho sempre sentito una forte affinità con il lavoro sulle storie.
Quando frequentavo la magistrale in psicologia clinica decisi di dedicare proprio a questo tema la mia tesi: al modo in cui immagini, miti e narrazioni contribuiscono alla costruzione dell’identità e possono diventare strumenti di cura
Ricordo ancora il giorno della discussione.
Avevo preparato il lavoro con un professore di orientamento psicodinamico, lavorando molto sul pensiero di Jung e Hillman. Poi entrai in aula e mi trovai davanti una commissione composta quasi interamente da farmacologi e neuropsicologi.
Per un momento pensai di aver sbagliato stanza.
In realtà non l’avevo sbagliata affatto.
Negli ultimi anni anche le neuroscienze stanno mostrando qualcosa che i narratori, i terapeuti e forse anche le nonne sapevano già da tempo: il cervello umano integra l’esperienza molto più facilmente quando riesce a organizzarla in forma narrativa.
Quando una storia prende forma — con un prima, un dopo, un significato — qualcosa dentro di noi comincia a riordinarsi.
In fondo è un lavoro molto simile a quello che faceva mia nonna nella sua sartoria.
Prendere fili sparsi, intrecciarli, dare loro una trama.
E trasformarli in qualcosa che possa essere indossato, riconosciuto, abitato.

Cosa succede quando raccontiamo
Quando qualcuno entra in studio e comincia a parlare, sta facendo molto più che riferire dei fatti. Sta cercando le parole per dare forma a qualcosa che, fino a quel momento, era rimasto informe: un peso, una confusione, un dolore che non aveva ancora trovato un nome.
E dare un nome alle cose le trasforma.
Non le cancella.
Ma le rende maneggiabili.
Le colloca nel tempo:
c’era un prima,
c’è stato un durante,
può esistere anche un dopo.
Negli ultimi anni anche le neuroscienze hanno iniziato a mostrare ciò che molti terapeuti avevano intuito da tempo: quando un’esperienza difficile riesce a essere raccontata in modo coerente — con un filo, un prima e un dopo — il cervello attiva circuiti legati all’integrazione e alla regolazione emotiva.
Non è soltanto “sfogarsi”. È riorganizzare l’esperienza.
Permettere alla mente di smettere di girare in cerchio intorno a qualcosa che non ha ancora trovato il suo posto. E quando questo racconto avviene in presenza di qualcuno che ascolta davvero — senza giudicare, senza affrettare le conclusioni, senza riempire i silenzi — succede qualcosa di ancora più potente.
La storia non viene solo raccontata.
Viene ricevuta.
E dentro quella relazione qualcosa cambia.

Le storie che ci curano non sono sempre le nostre
Mia nonna non mi stava insegnando la psicologia narrativa.
Mi stava insegnando qualcosa di più antico: che le storie degli altri possono parlarci di noi.
Che il destino di quella bambola di cartapesta poteva diventare anche il mio dolore — e, attraverso quel dolore, qualcosa che iniziavo a capire del mondo.
Questo è il potere delle storie condivise.
Non ci chiedono di aver vissuto le stesse esperienze.
Ci chiedono solo di essere disponibili a sentire.

È anche per questo che i laboratori di scrittura autobiografica che proponiamo non sono semplici attività ricreative. Sono spazi in cui la narrazione diventa uno strumento di cura: luoghi dove le storie delle persone si incontrano, si rispecchiano, si trasformano.
Lo facciamo da anni, ad Acquasanta Terme, San Benedetto del Tronto e non solo, e ogni volta ci sorprende la stessa cosa: quando qualcuno trova finalmente le parole per raccontare la propria storia, qualcosa si muove. Dentro di lui, ma anche negli altri.
E ogni volta mi torna in mente mia nonna, nella sua stanza dei fili, con la Borletti verde bottiglia che andava tichitichiti mentre le storie prendevano forma.
Forse, senza saperlo, aveva già capito tutto.
Ti abbraccio,
Claudia



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