Il corpo accusa il colpo
- Claudia Battistoni
- 13 apr
- Tempo di lettura: 5 min
C’è una scena che si ripete spesso, anche se ogni volta ha dettagli diversi, ed è quella di persone che arrivano portando il corpo come primo interlocutore, quasi come se fosse lui ad aver preso la parola al posto loro.
Penso a una giovane donna, poco più che trentenne, che per mesi ha iniziato ogni seduta parlando del suo intestino. Non era una scelta consapevole, semplicemente era quello che le veniva da dire. Gonfiore, tensione addominale, episodi alternati di stipsi e urgenza improvvisa, una sensazione continua di non riuscire a “regolare” qualcosa che sembrava sfuggirle. Aveva fatto accertamenti, visite specialistiche, modificato la dieta, eliminato alimenti, introdotto integratori. I medici parlavano di colon irritabile, le dicevano che era stress, che avrebbe dovuto stare più tranquilla.
Eppure, mentre lo raccontava, non c’era nulla di particolarmente agitato nel suo modo di stare. Era precisa, ordinata, quasi misurata. Le parole uscivano controllate, pulite, come se ogni frase fosse già stata pensata prima di essere detta.
Solo nel tempo, molto gradualmente, ha iniziato a emergere altro. Una famiglia in cui i conflitti non si vedevano mai davvero, ma si sentivano. Un padre molto esigente, attento ai risultati, poco tollerante verso l’errore. Una madre capace di tenere insieme tutto, ma al prezzo di una continua rinuncia a sé. E lei, nel mezzo, descritta da tutti come “quella brava”, quella che non dava problemi, quella che sapeva adattarsi.

C’era una frase che tornava spesso, raccontando la sua storia: “Non voglio essere un problema.” Detta così, quasi con leggerezza. Come qualcosa di normale.
Eppure, ascoltandola nel tempo, quella frase ha iniziato a prendere corpo in un altro modo. Perché non voler essere un problema significava anche non contraddire, non opporsi, non esprimere troppo, non creare onde. Significava imparare a trattenere, a filtrare, a digerire tutto ciò che arrivava dall’esterno senza restituirlo.
A un certo punto, parlando di una situazione lavorativa in cui si sentiva schiacciata ma non riusciva a dire nulla, si è fermata e ha detto, quasi sorpresa:“È come se mi si chiudesse lo stomaco.”E si è portata la mano sull’addome. Non era una metafora costruita. Era un’esperienza. Ed è lì che il sintomo ha iniziato a cambiare posizione. Non più solo qualcosa da eliminare, ma qualcosa da comprendere.
Perché quando in una storia non c’è spazio per trattenere e lasciare andare, per accogliere e rifiutare, per dire sì ma anche no, il corpo trova un modo per dirlo al posto nostro. E lo fa proprio lì, nei luoghi simbolici dell’ingestione e dell’eliminazione, dove ciò che entra dovrebbe poter essere trasformato e ciò che non serve più dovrebbe poter uscire.
Quando questo movimento si blocca nella vita, spesso si blocca anche nel corpo.
Ci sono libri che non si leggono soltanto, ma che in qualche modo ti attraversano, si infilano tra le pieghe dei pensieri e restano lì, come se avessero trovato un punto preciso in cui appoggiarsi. “Il corpo accusa il colpo” di Bessel van der Kolkè uno di quei libri che, mentre lo leggi, non ti lascia esattamente dove eri prima, perché lentamente e senza fare rumore ti sposta lo sguardo, e a un certo punto ti ritrovi a pensare non tanto a quello che hai vissuto, ma a dove lo hai messo.
Non nella memoria.
Non nelle parole che racconti.
Ma nel corpo.
E allora inizi a collegare quel mal di pancia che torna sempre negli stessi momenti, la tensione che si accumula nelle spalle senza un motivo apparente, quel senso di gonfiore o di stanchezza che non si lascia spiegare fino in fondo e che spesso liquidiamo come qualcosa di “fisico”, come se il corpo fosse un contenitore separato da ciò che viviamo.
E invece no.

Ed è qui che il libro di Bessel van der Kolk diventa quasi scomodo nella sua semplicità: il corpo non dimentica, non archivia, non fa ordine come la mente prova a fare. Il corpo tiene.
Tiene ciò che non è stato detto, ciò che non ha trovato un posto, ciò che è accaduto troppo presto o troppo in fretta perché qualcuno potesse davvero sostenerlo. Tiene le esperienze che non sono diventate racconto, che non hanno avuto parole e che, proprio per questo, continuano a esistere in un’altra forma, più silenziosa e allo stesso tempo più insistente.
Ma c’è un passaggio che, letto con uno sguardo sistemico, diventa ancora più potente: il momento in cui smettiamo di pensare al corpo come qualcosa di individuale e iniziamo a considerarlo come parte di una storia più ampia, che riguarda le relazioni in cui siamo cresciuti.Perché il corpo non parla solo di noi, parla anche di ciò che abbiamo respirato, dei legami in cui siamo stati immersi, degli equilibri — spesso invisibili — che hanno tenuto insieme la nostra famiglia.
Dentro ogni famiglia esiste una trama sottile fatta di ruoli, silenzi, alleanze implicite, di cose che si possono dire e di altre che restano fuori dal campo del dicibile. E in questa trama, senza che nessuno lo decida davvero, qualcuno finisce per portare qualcosa che non trova spazio altrove. Non è necessariamente il più fragile, non è sempre quello che “sta peggio”, ma è colui che, in quel preciso sistema, può permettersi — o è costretto — a dare forma a ciò che altrimenti resterebbe sospeso.
È così che il sintomo smette di essere solo un problema individuale e diventa un linguaggio, un modo attraverso cui qualcosa si rende visibile.
A volte è una rabbia che non poteva essere espressa, altre volte è una paura che non ha mai trovato un contenitore, altre ancora è un dolore che non appartiene interamente a chi lo porta, ma che attraversa le generazioni, si trasmette senza parole e trova nel corpo una possibilità di esistere.

Il corpo, in questa prospettiva, non è più un nemico da zittire o un meccanismo da aggiustare, ma diventa un luogo di memoria e di traduzione, uno spazio in cui ciò che non è stato pensato continua a vivere sotto forma di tensione, di sintomo, di segnale. Un linguaggio che non utilizza le parole, ma che sa essere incredibilmente preciso nel dirci dove stiamo forzando, dove stiamo trattenendo, dove stiamo portando qualcosa che forse non è solo nostro.
In terapia questo si vede molto chiaramente. Le persone arrivano spesso con il desiderio legittimo di far sparire ciò che fa male, l’ansia, il dolore, il corpo che non funziona come dovrebbe, e la richiesta è comprensibile, perché quando qualcosa si inceppa dentro di noi la prima urgenza è tornare a stare bene.
Ma quello che lentamente emerge è che il sintomo, prima di essere un problema, è stato una soluzione, un modo per stare dentro qualcosa di troppo grande, un tentativo — a volte l’unico possibile di adattarsi, di sopravvivere, di mantenere un equilibrio che altrimenti si sarebbe spezzato.
“Il corpo accusa il colpo” ci accompagna proprio lì, in questo spazio sottile in cui non si tratta più di eliminare, ma di ascoltare, non di correggere ma di comprendere, perché ciò che il corpo porta non è mai casuale, ma è il risultato di una storia che ha cercato, in tutti i modi possibili, di trovare una forma.
E forse il punto non è tornare a come eravamo prima, ma permettere a quella storia di essere finalmente raccontata, di uscire dal corpo e prendere parola, perché è solo quando qualcosa può essere pensato, condiviso, riconosciuto, che il corpo può lentamente smettere di farsi carico di tutto.
E allora, quasi senza accorgercene, il sintomo cambia funzione, perde la sua urgenza, si alleggerisce, perché non è più l’unico modo che quella storia ha per esistere.
Nel prossimo articolo entreremo ancora più dentro questo dialogo, esplorando il legame tra intestino e cervello e le implicazioni, non solo simboliche ma anche neurobiologiche, di questo continuo scambio tra corpo e mente.


