top of page
  • Facebook
  • Instagram

Il sintomo non arriva mai all’improvviso: quello che il vulcano ci insegna

Aggiornamento: 12 apr

C’è una cosa che accade spesso all’inizio di una terapia.


Le persone arrivano con una spiegazione molto lineare di ciò che stanno vivendo. Una sequenza ordinata, quasi pulita, che tiene insieme i fatti e il sintomo come se fossero legati da un filo diretto.


“È successo questo… e da lì ho iniziato a stare male.”

“Prima non avevo problemi, poi è accaduto questo e sono cambiato.”

“Da quel momento è partita l’ansia.”


È una costruzione che ha qualcosa di rassicurante.

Funziona come una piccola reazione chimica: accade A, quindi accade B.


E in parte è vero: ci sono eventi che segnano, che spostano, che aprono delle fratture ma, diciamoci la verità, raramente il funzionamento psichico è così lineare.


Quello che vediamo, o almeno ciò che la persona porta, il famoso momento in cui “inizia tutto”, è molto spesso solo la parte visibile.


Come se stessimo osservando la superficie di qualcosa di molto più profondo.

Perché sotto, quasi sempre, c’è un mondo che si è mosso molto prima.

Un mondo che non si vede subito.Che non si racconta in modo evidente.

Che non si organizza in una sequenza così chiara.



Quando un vulcano erutta, quello che vediamo è l’evento finale: la lava, la cenere, il rumore, la rottura. È qualcosa di evidente, potente, che impone uno sguardo.


Ma sotto quella superficie, il processo è iniziato molto prima.


Il magma si è formato in profondità, ha iniziato a risalire, si è accumulato in camere sotterranee. I gas si sono espansi, la pressione è aumentata, la roccia ha iniziato lentamente a deformarsi.


Tutto questo accade molto prima dell’eruzione.

A volte anni prima.


E spesso i segnali sono minimi: piccole variazioni, micro-scosse, cambiamenti quasi impercettibili. Ci sono, ma non sempre vengono visti. Non sempre possono essere letti e quando arriva l’eruzione, sembra improvvisa.


Ma non lo è.


Nella vita psichica, qualcosa di molto simile prende forma fin dall’inizio della vita.


Nei primi mesi, nei primi anni, spesso entro i primi venti mesi, si strutturano modalità profonde di stare nel mondo: il modo in cui regoliamo le emozioni, il modo in cui sentiamo la vicinanza o la distanza, il modo in cui reagiamo alla frustrazione, alla perdita, al bisogno.


Non sono schemi rigidi, ma tracce. Tracce che poi, nel tempo, non scompaiono.

Si trasformano, si adattano, si rivestono di nuove forme.

E soprattutto, si ripetono.

Non identiche, ma riconoscibili.


Tornano nelle relazioni, nelle scelte, nei momenti di crisi, nei passaggi più delicati.

A volte in modo evidente, altre volte in modo molto più sottile.


E allora può accadere che un evento attuale, che sia reale e significativo, incontri qualcosa che è già lì. Una modalità già conosciuta dal sistema.

Una tensione già attraversata.

Un modo di reagire che ha radici più profonde.


E in quell’incontro, qualcosa si attiva con una forza che sembra sproporzionata rispetto al presente.



Ecco, è proprio in quel punto preciso che spesso compare il sintomo.


Non come semplice reazione a ciò che è accaduto,ma come punto di emersione di qualcosa di più antico, che ha trovato in quel momento una via.


Pensare al sintomo come a un’eruzione cambia il modo in cui lo guardiamo.

Non lo riduce a un evento isolato,ma lo colloca dentro una continuità.

Dentro una storia che non è lineare, ma stratificata.


E allora il lavoro non è più solo capire “cosa è successo”,ma iniziare a intravedere cosa, sotto, si muove da più tempo. Quali sono le pressioni che si accumulano.

Quali le forme che ritornano.

Quali i segnali che, magari, c’erano già stati.


Non per cercare una causa unica e non per per semplificare.

Ma per restituire profondità.


Perché ciò che appare all’improvviso, spesso, è solo ciò che finalmente è diventato visibile.


Non possiamo evitare che qualcosa, a un certo punto, emerga.

Ma possiamo, poco alla volta, imparare a riconoscere ciò che si muove prima.

E forse è lì, in quello spazio silenzioso e meno visibile,

che inizia davvero il lavoro su di sé.


Un caro saluto,

Claudia


Monte Bromo (2.329m), Caldera di Tengger, Isola di Giava (Indonesia)


Dott.ssa. Claudia Battistoni  -  Psicologa Clinica (Albo degli Psicologi della Regione Marche  - sez.A  posizione n. 3329) - Sede Legale: San Benedetto del Tronto (AP) 

P.IVA 02338190446  |  CF  BTTCLD87L62E690I  ! Privacy policy

bottom of page