La fatica di sentirsi abbastanza (e accettarsi)
- Claudia Battistoni
- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
C’è una frase che ritorna molto spesso dentro le stanze di terapia, pronunciata quasi sempre con una sorta di vergogna trattenuta, come se ammetterlo significasse confessare una mancanza difficile da nominare. “dovrei lavorare sulla mia autostima.”
La cosa interessante è che, molto spesso, a dirlo sono persone competenti, sensibili, intelligenti, perfino profondamente amate da chi le circonda. Persone che, viste da fuori, sembrerebbero avere tutte le ragioni per sentirsi sicure di sé e che invece vivono costantemente attraversate dalla sensazione di non essere abbastanza.
Non abbastanza belle.
Non abbastanza capaci.
Non abbastanza interessanti.
Non abbastanza meritevoli.
Ed è qui che, quasi sempre, il discorso sull’autostima inizia lentamente a cambiare forma. Perché il punto, in fondo, non è soltanto “stimarsi poco”. Il punto è il modo in cui alcune persone imparano a guardarsi, la sensazione profonda di dover continuamente dimostrare qualcosa per potersi sentire degne di occupare spazio, di essere amate, ascoltate, scelte.
Per questo, forse, prima ancora di parlare di autostima, dovremmo parlare di accettazione.
La parola “accettarsi” deriva dal latino acceptare, che significa accogliere, ricevere, prendere con sé.

Io trovo che questo passaggio dica qualcosa di importante, perché oggi l’accettazione viene spesso confusa con la rassegnazione, con il “farsi andare bene tutto”, oppure con un’idea un po’ superficiale di amore verso sé stessi.
Ma accettarsi non significa piacersi sempre.
Non significa smettere di cambiare, né convincersi di essere perfetti.
Significa, forse, riuscire a stare davanti a sé stessi senza respingersi continuamente.
Carl Rogers, psicologo statunitense e fondatore della "terapia centrata sulla persona", scriveva:
“Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare.” Carl Rogers
Quella di Rogers è una frase che racconta molto bene ciò che accade anche in terapia. Perché spesso le persone passano anni a tentare di modificarsi attraverso la durezza, il giudizio, la vergogna, senza accorgersi che il cambiamento profondo nasce molto più facilmente quando smettiamo di vivere noi stessi come un nemico da correggere.
Questa capacità, però, non nasce nel vuoto. Nasce dentro le relazioni.
Nasce nello sguardo attraverso cui siamo stati visti mentre crescevamo, nel modo in cui qualcuno ha accolto i nostri bisogni, i nostri errori, le nostre emozioni. Ci sono bambini che imparano presto che l’amore arriva più facilmente quando sono tranquilli, bravi, performanti, utili, quando non disturbano troppo o non complicano la vita agli altri. Bambini che iniziano lentamente ad associare il proprio valore alla capacità di aderire alle aspettative, di non creare problemi, di meritarsi approvazione.
E allora accade qualcosa di sottile: il valore personale smette di essere percepito come qualcosa di stabile e inizia a dipendere continuamente da conferme esterne.
Dal voto preso.
Dal riconoscimento ricevuto.
Dalla prestazione.
Dall’essere scelti.
Dal non deludere nessuno.
Alcune persone crescono così, con l’idea inconsapevole che l’amore non sia qualcosa che si può semplicemente ricevere, ma qualcosa che bisogna continuamente guadagnarsi.
E qui torna alla mente anche una celebre poetessa che scriveva
“Mi hanno insegnato a essere gentile con gli altri. Ancora adesso sto imparando a esserlo con me stessa.” Alda Merini
E forse è questo il segreto della "guarigione". Perché molte persone hanno imparato perfettamente a comprendere, accudire, sostenere gli altri, ma vivono sé stesse con uno sguardo rigidissimo, quasi crudele. Un tribunale interno sempre attivo, che valuta, corregge, confronta, pretende. Ed è qui che la fatica diventa enorme.
Perché se il tuo valore dipende da quanto riesci a essere all’altezza, allora ogni errore diventa una minaccia, ogni critica una ferita sproporzionata, ogni fallimento una conferma segreta di ciò che temi da sempre: non essere abbastanza.
Molti dei comportamenti che chiamiamo “insicurezze” nascono proprio lì.
Nel bisogno costante di rassicurazione, nel confronto continuo con gli altri, nella sensazione di dover fare sempre di più per compensare qualcosa che sembra mancare dentro. Alcune persone diventano iper-performanti, altre si bloccano completamente per paura di sbagliare. Alcune cercano approvazione in ogni relazione, altre si allontanano prima ancora di poter essere rifiutate.
Ma quasi sempre, sotto tutto questo, c’è la stessa domanda silenziosa: “Così come sono… vado bene?”
Lo psicoanalista Donald Winnicott sosteneva che uno degli aspetti più importanti dello sviluppo umano fosse sentirsi reali agli occhi di qualcuno.
E forse è proprio questo il punto: impariamo a percepirci degni quando, da qualche parte della nostra storia, qualcuno ci ha fatto sentire che potevamo esistere anche senza dover continuamente meritare il diritto di farlo.
La verità è che lavorare sull’autostima non significa imparare a ripetersi frasi positive davanti allo specchio o convincersi di essere migliori degli altri. Significa piuttosto iniziare a riconoscere lo sguardo severo con cui abbiamo imparato a trattarci, comprendere da dove arriva e provare lentamente a costruire un modo diverso di stare con noi stessi.
Un modo in cui il valore personale non dipenda continuamente dalla performance, dall’approvazione o dall’essere impeccabili.
Forse l’autostima nasce proprio lì, nel momento in cui smettiamo di vivere noi stessi come un esame da superare.

E accettarsi significa questo: riuscire, poco alla volta, a restare in relazione con sé stessi anche quando non ci sentiamo perfetti, brillanti o all’altezza.
“Non puoi trovare pace evitando la vita.” Virginia Woolf
E.... nemmeno evitando te stess*.
A presto
Claudia


