Storia di un matrimonio
- Claudia Battistoni
- 24 mar
- Tempo di lettura: 5 min
di Claudia Battistoni

Se non l’avete ancora visto, scrivetevi questo film e trovate il tempo di gustarvelo (magari insieme alla vostra metà).
Non è un film facile, sia chiaro. Storia di un matrimonio racconta di un uomo e una donna che si stanno lasciando. Ma detta così sembra una storia come tante.
Non lo è.
Perché non parla della fine di una relazione. Parla di quello che succede quando due persone che si sono amate iniziano a non riuscire più a incontrarsi.
Non immaginatevi il classico dramma all’americana.
Storia di un matrimonio è un film che potremmo definire asciutto, quasi spoglio. Non cerca di spiegare, non prende posizione, non prova a salvare nessuno.
Sta dentro la relazione mentre si trasforma, lasciando che siano i dettagli a raccontare quello che succede. Ed è proprio questo che lo rende così difficile da guardare.
Perché non è lontano.
Nei primi minuti del film, Nicole (Scarlett Johansson) e Charlie (Adam Driver) raccontano ognuno cosa ama dell’altro. Sono elenchi pieni di dettagli, di piccoli gesti, di abitudini che parlano di una conoscenza profonda. Non è un amore generico. È un amore che ha visto, che ha osservato, che ha riconosciuto.
E mentre li ascolti pensi: qui dentro c’è ancora tutto.

Ed è vero.
Il punto è che, a un certo momento, quel “tutto” non basta più a far funzionare le cose.
Quelle parole restano vere, ma smettono di passare. Non arrivano più.
Ed è lì che il film inizia davvero.
Non tanto quando si lasciano, ma molto prima, quando inizi a sentire che qualcosa tra loro non passa più come prima. Quelle parole che all’inizio ascolti – così precise, così piene – non sono scomparse. Restano vere, e forse è proprio questo che disorienta di più: c’è ancora tanto, ma non riesce più ad arrivare.
A un certo punto iniziano a parlarsi senza incontrarsi davvero. Le conversazioni ci sono, anche tante, ma è come se ogni volta scivolassero via, tornando sempre nello stesso punto.
Lei prova a dire che lui non c’è, lui prova a rispondere che non è così.
Si spiegano, si correggono, si difendono.
Eppure, se li guardi bene, capisci che non si stanno parlando nello stesso modo.
Questa cosa, in terapia, la si riconosce subito.
Non arriva sempre con scene forti come nel film.
Anzi, molto più spesso è fatta di piccoli passaggi quasi invisibili. Lei che ripete sempre le stesse cose, con un tono che nel tempo cambia. Lui che all’inizio prova a spiegarsi e poi smette, accorcia, evita. O viceversa. Non perché non gli importi, ma perché sente che qualunque cosa dica non arriva nel modo giusto. E così, senza accorgersene, iniziano a costruire una distanza dentro la relazione. Lei, sentendo quella distanza, prova a ridurla: chiede di più, sottolinea di più, lascia passare meno cose. È un modo per restare in contatto, anche se da fuori sembra un attacco. Lui, sentendo quella pressione, prova ad alleggerirla: si sposta, prende aria, si ritira un po’. Non sempre se ne va davvero, ma è come se ci fosse meno.
Il problema è che questi due movimenti si incastrano perfettamente.
Più lei si avvicina in quel modo, più lui si allontana.
Più lui si allontana, più lei sente di doversi avvicinare ancora.
E a un certo punto non è più chiaro dove sia iniziata la cosa.
Si resta dentro una dinamica che si ripete, sempre più velocemente, sempre più stancamente.
Quando poi arriva il litigio – quello vero, quello che nel film esplode – non è un punto di partenza. È un punto di arrivo. È il momento in cui tutto quello che non è riuscito a passare prima passa insieme, senza più filtri.
Ed è per questo che fa così male.
Perché non sono parole casuali.
Sono parole che arrivano da una conoscenza profonda dell’altro, usata in quel momento per colpire, ma costruita nel tempo per amare.
Quello che il film mostra, senza dirlo esplicitamente, è qualcosa che nelle relazioni succede molto più spesso di quanto si pensi. L'amore non finisce all’improvviso.
Ad un certo punto, le persone smettono di riuscire a farsi arrivare quello che sentono.
E allora si continua a parlare di cose concrete – il tempo, gli impegni, la presenza – ma sotto si muove altro.

Lei non sta solo chiedendo più presenza, sta cercando di non sentirsi sola. Lui non sta solo prendendo distanza, sta cercando di non sentirsi sbagliato o sotto esame.
Solo che queste cose non si dicono così e arrivano trasformate. E più arrivano trasformate, più l’altro risponde a quella forma, non a quello che c’è sotto. È lì che le coppie si perdono.
Non perché non abbiano più niente, ma perché non riescono più a riconoscere quello che c’è.
Ed è anche il punto in cui, a volte, arrivano in terapia.
Non con grandi discorsi. Più spesso con la sensazione di girare in tondo. Di aver già detto tutto, senza essere stati capiti.
In quel momento non serve aggiungere altre parole. Serve rallentare abbastanza da vedere cosa sta succedendo tra loro.
Per questo, nel lavoro con le coppie, non si resta solo su quello che viene raccontato. Si prova a guardare la relazione mentre accade. A fermare quei passaggi in cui uno si avvicina e l’altro si sposta, in cui una frase diventa attacco e una risposta diventa chiusura.
A volte questo succede semplicemente parlando, altre volte no. Allora si usano altri modi per rendere visibile quello che di solito resta implicito. Si lavora con il corpo, con le distanze, con le posizioni nello spazio. Si costruiscono immagini della relazione così com’è, e di come ognuno la sente. È quello che in terapia sistemica viene chiamato scultura familiare, o scenogramma: non per fare qualcosa di “strano”, ma per vedere quello che le parole da sole non riescono più a dire.
Altre volte si torna indietro.
Non per cercare colpe, ma per capire da dove arrivano certi movimenti.
Le storie familiari, le modalità apprese nel tempo, i modi di stare vicino o lontano che ognuno si porta dentro. Strumenti come il genogramma (di cui abbiamo parlato qui) servono proprio a questo: a dare forma a qualcosa che spesso agisce senza essere visto.
E poi c’è anche un altro livello. Se vogliamo quello più concreto, più quotidiano, che alcuni modelli, come quello di Gottman, hanno studiato molto bene: i micro-momenti della relazione, il modo in cui ci si risponde, come si gestisce il conflitto, cosa succede nei dettagli che, nel tempo, fanno la differenza.
Sono piani diversi, ma stanno insieme:
Quello che si vede, nei gesti e nelle parole.
Quello che si sente, spesso senza riuscire a dirlo.
Quello che ognuno si porta da prima, senza accorgersene.
È questo che forma l’ecosistema della coppia.
E quando qualcosa si inceppa, non riguarda mai un solo livello. La terapia, allora, non è semplicemente un posto in cui si impara a comunicare meglio. È un posto in cui si torna a vedere e a riconoscere quei passaggi che, da dentro, sembravano inevitabili. A dare un nome a quello che succede, prima che diventi solo rabbia o distanza.
E a volte, da lì, succede qualcosa di semplice.
Si smette di combattere contro l’altro e si inizia a capire cosa sta succedendo tra noi.
Nel mio studio lavoro con coppie e con persone che, anche da sole, sentono di non riuscire più a stare bene nelle relazioni.
Perché a volte non serve dire di più.
Serve solo vedere meglio.

Se guarderete quel film, forse qualcosa vi resterà addosso.
Non perché racconta una storia lontana, ma perché, in modi più silenziosi, parla anche di tante relazioni che non arrivano mai a quel punto… ma continuano a girarci intorno.
E forse, a volte, fermarsi un attimo a guardare dove si è può essere già un inizio.
A presto,
Claudia
