Claudia
Battistoni
PSICOLOGA



Mi chiamo Claudia e sono nata in un piccolo paese della provincia di Ancona, fra il respiro del mare e la musica delle fisarmoniche.
Della mia infanzia porto con me il tempo lento delle giornate in campagna, il fruscio delle stoffe e le mani di mia nonna, sarta, che cucivano mentre la sua voce raccontava storie.
Mi piace pensare che il mio interesse per le storie e per i legami sia cominciato proprio lì, tra fili intrecciati e parole capaci di tenere insieme la memoria. Ero una bambina che amava ascoltare le storie e ripetersele, come per trattenerle, custodirle, farle diventare parte di sé. Mi affascinavano i bauli, le valigie, i vecchi libri e gli oggetti che conservano le tracce di chi parte, di chi torna, di chi attraversa le nostre vite lasciando segni.
Forse già allora cercavo ciò che oggi continuo a cercare nel mio lavoro: quello che resta e quello che cambia, i legami che si spezzano e quelli che trovano il modo di ricomporsi in forme nuove.
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Nel tempo, questa curiosità ha trovato una direzione nella psicologia ed è diventata la mia professione. Ho lavorato nei servizi, nelle scuole, nella formazione e nei progetti di comunità, incontrando adolescenti, adulti, coppie, famiglie, gruppi e organizzazioni.
Il Filo delle Cose nasce da questo percorso e dal desiderio di tenere insieme ciò che, per me, non è mai stato davvero separato: la psicologia e la formazione, l’ascolto individuale e le esperienze condivise, le radici da cui veniamo e le possibilità che possiamo ancora aprire.
È il luogo che ho immaginato per dare casa a tutto ciò che ho imparato — e continuo a imparare — sulle persone, sulle relazioni e sul cambiamento.
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La mia formazione
La mia formazione non ha seguito una linea retta.
È fatta di capitoli che, riletti oggi, mi sembrano appartenere alla stessa storia e, se dovessi darle un’immagine, sceglierei quella di un impasto preparato nel tempo: ogni studio, ogni incontro e ogni esperienza hanno aggiunto qualcosa, modificando anche ciò che c’era prima.
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Ho scelto, in questa pagina, di evitare una biografia ordinata per titoli, ma di permetterti di conoscere la trama che li tiene insieme. Studi, incontri ed esperienze apparentemente distanti hanno trovato, nel tempo, un significato dentro una cornice più ampia: il mio modo di ascoltare, comprendere e accompagnare le persone.
Prima della psicologia c’è stato il viaggio.
Dopo il diploma non mi era ancora chiaro cosa volessi diventare. Avevo davanti a me tante strade percorribili, c'era come sottofondo il canto, che mi ha sempre accompagnata, il negozio di ottica in cui ho lavorato per anni e che ora gestisce mia sorella, l'azienda di famiglia, c'era il lavoro di mio padre.
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Intorno a me vedevo molte strade possibili, ma nessuna sembrava davvero mia.
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Scelsi allora di partire per l'università senza allontanarmi troppo e Macerata era un buon compromesso. Abbastanza vicina da non sentirmi troppo lontana e abbastanza nuova da permettermi di cominciare a cercare.
La mia prima laurea, in Formazione e Management, fu un percorso non privo di attriti, soprattutto a causa della mia avversione per la matematica e l'economia, ma si concluse con una tesi dal taglio psicologico intitolata "Il viaggio come metamorfosi dell’anima".
Non sapevo ancora che quella parola — metamorfosi — avrebbe continuato ad accompagnarmi, portandomi a interessarmi sempre di più ai cambiamenti delle persone, ai passaggi della vita e a ciò che accade quando siamo costretti a lasciare una forma conosciuta per cercarne una nuova.
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Il mio relatore al termine mi rivolse una domanda semplice e, col senno di poi, decisiva: "Ma perché non hai studiato psicologia?".
Il mio percorso nella psicologia è iniziato ufficialmente all’Università dell’Aquila, all’interno della Facoltà di Medicina. Quel contesto ha dato alla mia formazione un’impronta decisamente clinica e medicale.
Imparavo a interrogare il sintomo con rigore, a ricercarne le cause e a non dimenticare il corpo. Eppure sentivo che quel linguaggio, da solo, non mi bastava. Volevo conservare anche ciò che la letteratura sa fare: entrare nelle pieghe dell’esperienza umana e trovare parole per quello che, spesso, non riesce ancora a essere detto.
In quegli anni lavoravo già nella formazione e non mi occupavo ancora di casi clinici, ma sentivo chiaramente di volermi prendere cura del benessere delle persone attraverso gli strumenti della cura. Cercavo un luogo in cui medicina e letteratura, corpo e racconto, sintomo e significato potessero incontrarsi.
Quel luogo cominciò a delinearsi durante il seminario di una docente che mi colpì profondamente. Scoprii in seguito che presiedeva l’Istituto Atanor, una scuola di orientamento analitico-junghiano, e iniziai subito a seguire i suoi corsi.
Si tenevano in una costruzione in legno incastonata fra le montagne e i pascoli dell’Aquila. Ogni stanza portava il nome di un mito e già quegli spazi sembravano suggerire un altro modo di avvicinarsi alla psiche.
Lì approfondii la psicosomatica, la lettura dei simboli e la psicologia archetipica e svolsi anche il mio anno di tirocinio. Quell’esperienza mi insegnò a guardare il sintomo non soltanto come qualcosa da eliminare, ma anche come un linguaggio da ascoltare: un tentativo del corpo e della psiche di raccontare ciò che non aveva ancora trovato parole.
Da quella ricerca nacque il mio interesse per la psicologia femminile e per la creatività come possibilità di cura. Anche la mia tesi prese forma in quel territorio: esplorava la depressione femminile e la possibilità di avvicinarla attraverso una psicologia più immaginale, capace di incontrare gli archetipi, le immagini e le forme profonde con cui le donne raccontano e attraversano la propria sofferenza.
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Al termine degli studi tuttavia non mi sentivo ancora pronta per scegliere una specializzazione, si trattava di un investimento importante sia in termini economici che emotivi, così ho preferito non forzare i tempi e ho intrapreso un lungo percorso nello studio della Gestalt.
In quegli anni mi sono riempita gli occhi e le tasche di incontri fondamentali con maestri eccezionali come Maria Menditto, Riccardo Zerbetto, Margherita Spagnuolo Lobb e la tradizione della psicoterapia della Gestalt. Sono stati anni meravigliosi e ricchi.
Quella scuola mi ha lasciato un’eredità che faccio fatica a riassumere: l’attenzione a ciò che accade nel presente, il corpo come luogo di conoscenza, la creatività come possibilità di cura e la relazione come spazio in cui il cambiamento può prendere forma.​ Da quell’esperienza è nato anche il Centro Studi Simbiosofia, l’associazione che ho fondato e il cui nome significa, letteralmente, “saggezza relazionale”, in cui per anni insieme ad altri professionisti mi sono occupata di percorsi educativi e formativi con uno sguardo sempre più clinico, attento non soltanto all’apprendimento, ma alle persone e alle relazioni che rendono possibile ogni apprendimento.​​
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Corpo, qui e ora, presenza, e non poteva mancare l'incontro con il teatro sociale. Un percorso lungo, impegnativo, pieno di stimoli e incontri sacri, che ha risvegliato una parte creativa che chiedeva spazio e mi ha dato ulteriori strumenti da portare nel mio lavoro.
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Finché quando inizi a crescere, crescono anche le situazioni che ti trovi davanti, così ad un certo punto sono cambiate anche le storie che arrivavano nel mio studio. Incontravo sempre più frequentemente disturbi alimentari, sofferenze familiari e difficoltà relazionali e mi sono resa conto che non potevo continuare a parlare di saggezza relazionale, senza una preparazione ancora più profonda sulle relazioni.
È da questa consapevolezza che è nata la scelta di specializzarmi in psicoterapia sistemico-relazionale nella scuola di Camillo Loriedo.
E' stato lì che lo sguardo si è allargato: dalla persona ai suoi legami, dal sintomo alle relazioni dentro cui prende forma, dalla storia individuale alle appartenenze familiari e ai contesti che la attraversano.
E' diventato ancora più evidente quanto la sofferenza di una persona non appartenga mai soltanto a lei, ma si muova dentro una trama di relazioni, lealtà, ruoli e tentativi di protezione.
Nel frattempo, non ho mai smesso di lavorare. Il lavoro sul campo non è stato lo sfondo della mia formazione ma una seconda scuola.
Durante il sisma del Centro Italia infatti, sono stata chiamata a coordinare i servizi rivolti ai minori ospitati, insieme alle loro famiglie sfollate, in un albergo di San Benedetto del Tronto. In quel periodo ero una giovane mamma, oltre che una professionista, ma non c'è stato un attimo di esitazione all'idea di poter contribuire anche minimamente alla mia comunità. Mi hanno insegnato che se ci viene donato un talento, è nostro dovere metterlo a servizio della vita.
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Da quell’esperienza è nata la collaborazione con Save the Children, proseguita per anni nei progetti Fuoriclasse in Movimento e SottoSopra, dedicati alla partecipazione, alla prevenzione e al protagonismo di bambini e adolescenti e alla formazione di docenti, con l'Anteas, dove ho costruito e poi condotto per anni il progetto Fili di Memorie, un progetto a cui sono molto legata e di cui trovi qualche informazione qui e con la cooperativa COOSS Marche, dove ho attraversato l’educazione, i servizi sociali, la prevenzione e l’orientamento, fino ad approdare stabilmente al Dipartimento Ricerca e Formazione.
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Ogni passaggio mi ha permesso di osservare il benessere da una prospettiva diversa: quella della persona, della famiglia, della scuola, dei servizi e delle organizzazioni e di portare un metodo nuovo, integrato, alla cura e al benessere,
Oggi francamente non saprei più dire con precisione dove finisca un ingrediente e ne cominci un altro. Il rigore della clinica, lo sguardo immaginale, l’eredità gestaltica, il teatro, il lavoro nei servizi e la prospettiva sistemico-relazionale si sono mescolati nel mio modo di ascoltare e di lavorare.
A tenerli insieme c’è una convinzione: non esiste un unico linguaggio capace di raggiungere tutte le persone.
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Il Filo delle Cose è nato da questo intreccio. Fin dall'inizio è stato uno spazio in continuo divenire, cresciuto e trasformato insieme a me.
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La mia speranza è che possa diventare una casa molto più grande: un luogo in cui ogni persona possa riconoscere e coltivare i propri talenti, attraversare i propri passaggi di crescita e prendersi cura dei nodi che, nella sua storia e nelle sue relazioni, rendono più difficile sentirsi pienamente sé e aprirsi a ciò che può ancora diventare.
Esiste, ogni volta, la responsabilità di cercare quello che può avvicinarsi con maggiore rispetto alla storia che abbiamo davanti.​​







